09 dicembre 2016

Oche.


L’oca è da sempre l’animale ritenuto simbolo della stupidità...non so perché...che sia a causa delle sciocchezze che gli uomini scrissero con le sue penne? 
Beh, credo sia ora di smetterla di considerarla tale perché adesso è sufficiente una tastiera....
Le oche ringraziano.😃

Link o post sui social condivisi da milioni di individui che non sanno come risolvere le loro frustrazioni sociali, additando il prossimo.
Guardiamo e pensiamo alle nostre prigioni mentali e, soprattutto, quando guardiamo gli altri evitiamo giudizi impropri, tentando di individuare ciò che di buono c'è in ogni persona e comunità a prescindere dalle loro caratteristiche culturali ed etniche, invece di notare solo gli errori ... 
Come se noi non avessimo confidenza con gli sbagli.

Se un giorno avrai voglia di piangere. (Gabriel Garcia Màrquez)

Se un giorno avrai voglia di piangere chiamami: 
non prometto di farti ridere 
ma potrò piangere con te… 
Se un giorno riuscirai a fuggire,
non esitare a chiamarmi: 
non prometto di chiederti di rimanere, 
ma potrò fuggire con te… 
Se un giorno non avrai voglia 
di parlare con nessuno,
chiamami: 
staremo in silenzio…
Ma se un giorno mi chiamerai 
e non risponderò, 
vieni correndo da me:
perché di certo avrò bisogno di te.


03 dicembre 2016

A volte succede...


A volte succede di avvertire una strana sensazione di vuoto, di essere circondati dal non senso, di esserne parte integrante e di chiedersi da dove deriva questa sensazione, quale può esserne la causa scatenante. Certo i fattori esterni non mancano, ma la percezione è sufficientemente improvvisa da far pensare che nulla è cambiato da un attimo prima. Eppure, anche in assenza di motivazioni, si subisce quel dolore profondo e ci si sente proiettati su un palcoscenico dove l'unica rappresentazione che si tiene è quella dell'assurdo, a cui si partecipa involontariamente e inconsciamente e in cui si percepisce un preciso e lucido fuori posto. Ma in quel momento, spesso passeggero o fluttuante, non ci si può sottrarre a quella contraddizione. Una specie di meteora che colpisce, annichilisce, fiacca le energie e la voglia di fare, i cui effetti si attenuano dopo l'esplosione lasciando però un disorientamento con uno strascico di domande.
Di cosa si è trattato? Di chimica del cervello? Che tristezza! Non può essere solo questo. Forse, nell'intimo di ciascuno di noi, c'è questa subdola consapevolezza di essere costretti a vivere, a recitare un copione che produce alterazioni della sfera percettiva e dei sentimenti. E pur non essendo corretto immaginare direttamente questa coercizione, è innegabile che se ne percepiscano le manifestazioni, a volte anche molto chiaramente. Si percepiscono e si subiscono. Ed è proprio in quell'attimo fuggente che si capta l'esistenza di quel qualcosa di non voluto, di non proprio. Quei fuggevoli stati d'animo avvicinano la coscienza alla linea immaginaria che separa senso e non senso, senza mai oltrepassarla del tutto, lasciando oscillare l'asticella dell'equilibrio fra l'uno e l'altro, con l'eterno interrogarsi da che parte lasciarsi andare e con la paura di perdere l'approdo a quelle cose confuse in un disegno ordinato, a quella commedia di cui non è dato sapere la trama, a quella vita che altro non è che la ricerca del suo senso.

27 novembre 2016

Una cosa che non riesco a capire.

In questi giornate dedicate alla violenza sulle donne si fa un gran parlare: dibattiti, discorsi di esperti e non, giornali e libri sulle dinamiche, i motivi, le ripercussioni, le misure da adottare, ecc. ecc. Ben venga tutto, anche se è chiaro che fino a che ci si limita alle analisi o a reiterare semplicemente le condanne quando succede qualche tragedia, di passi avanti se ne fanno pochi, mentre, nel frattempo, qualche altra donna o bambina, o comunque un essere indifeso, subirà le conseguenze di questo lassismo. 
C'è un punto però, molto importante, che mi ha sempre fatto pensare e di cui credo non si parli molto: perché certe donne (e credo siano molte purtroppo) hanno difficoltà ad uscire da una situazione che le tiene soggiogate al loro carnefice.
Perché le misure sociali sembrano inefficaci? Certo, conta molto il fatto che le denunce che le donne fanno restino lettera morta e questo è un aspetto che andrebbe modificato immediatamente. 
C'è la paura, d'accordo, anche questo è un deterrente non da poco.
Ma c'è qualcos'altro all'interno della vittima che ostacola lo scioglimento di un rapporto in cui viene manipolata, controllata, denigrata e battuta. 
Quante donne perdonano, tornano da un compagno che le ha appena mandate al pronto soccorso e dicono che lo amano troppo per lasciarlo? Perché restano così tanto tempo, spesso anni, implicate in in una ragnatela affettiva fatta di umiliazioni, molestie e violenza? 
Come si fa ad amare una persona che fa del male?
Gli psicologi dicono che c'è un meccanismo di difesa che porta a minimizzare il torto subito, una difficoltà della vittima nel riconoscersi oggetto di abuso e si può arrivare addirittura a negare l'evento traumatico, alla minimizzazione o alla sua amnesia. Che sono donne "generose" che pensano di poter cambiare un partner che ritengono fragile e disperato. 
Per me è un paradosso: una donna abusata che vuole proteggere il suo uomo violento come fosse un bambino sfortunato è inconcepibile.
Eppure non demordono, non rinunciano, non si arrendono al fatto che non ci sia nulla da fare, non lo abbandonano al suo destino perché se ne sentono responsabili...e qui il paradosso continua: ci sono davvero vittime che credono di poter sopportare fino alla morte? La mia razionalità mi impedisce di pensarlo.
Allora mi chiedo: cos'è quella pulsione, quel perturbamento affettivo da cui si origina questo delirio paradossale della vittima che non riesce a chiudere il legame e, in molti casi, protegge il suo usurpatore? Qual'è il senso di questo strano fenomeno della "comprensione"? Non riesco a capire il plagio, la dipendenza, le false premure e i pentimenti. 
Per me basta una volta che ci si scotta, dopo si sta lontani dal fuoco. 
Mi scuso con quelle mie sorelle che non riescono a trovarne la forza, non voglio rigirare il coltello nella piaga e non ne faccio una questione di colpa, ma è una domanda che mi ossessiona e mi intristisce come una sconfitta, da donna che sa cosa vuol dire subire violenza. 
Chissà se qualcuna di loro riesce a darmi una risposta.



25 novembre 2016

L’amore è amore soltanto se si è felici, altrimenti è qualcos'altro. Quello che fa male non è mai amore.

Qualsiasi cosa faremo in questi giorni contro la violenza diretta a donne e bambine, per la loro effettiva eguaglianza, per il rispetto a loro dovuto, per amore di tutta l’umanità che le comprende, avremo al nostro fianco una fila interminabile di donne di ogni nazione: le figlie, le sorelle e le madri che sono state violate, soggiogate, umiliate, uccise. Loro ci hanno preceduto e continueranno a sostenerci in questa lotta che non è un fatto privato, non è un'emergenza, ma un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società, è una delle più vergognose violazioni dei diritti umani, e come tale è una responsabilità di tutto il genere umano, appartiene a tutti, cancella i confini e non conosce geografie. 
Lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità.



20 novembre 2016

Arriva un momento...


Arriva un momento 
in cui serve solo un po' di pace, 
qualcuno con cui parlare 
e ridere per ore, 
musica e libri, 
un buon film, 
respirare. 
Un posto dove non arrivano 
le intemperie 
di questo violento e confuso mondo, 
capire e capirsi, 
lavorare su ciò che ci piace, 
e sapere quanti cucchiai di zucchero, 
o nessuno, 
bisogna mettere in una tazza di caffè...

Danza con me.

Ho sempre amato ballare e adesso che non ne ho la possibilità un po' mi manca. A livello di puro divertimento, sia chiaro, balli da sala e di coppia e nelle balere più infime magari, però mi piaceva molto. Era con un senso di libertà che mi abbandonavo all'eco della musica, un'espressione leggera che partiva dal cuore e fluiva nei movimenti del corpo. 
Ma ballare vuol dire anche comunicare, incontrarsi, parlare. Perché il ballo libera la mente dal tran tran della vita ordinaria, unisce le persone in amicizia, rende armonia sulle note di un tango, un fox o un cha cha cha. Ballare un ritmo che prende o una melodia che commuove è qualcosa che rende felici in quel momento, perché è in quel momento, magari stretti in una presa ammaliante e calda di una bachata o in una sacada di un tango argentino, che si sente l'unicità del proprio essere unito a quello del partner, una sensazione primordiale che fa scivolare sulla pista come se nemmeno si appoggiassero i piedi per terra. Ballare è come estasiarsi davanti ad un tramonto speciale, o sentire una brezza leggera sul volto quando si ha caldo. Ballare è anche questo: un rapporto intenso fra mente e cuore, in cui la mente predispone il cuore a ricevere emozioni, profonde e magiche, qualcosa di necessario per la vita, come la musica da cui scaturisce. Cosa sarebbe la vita senza musica? E' un'esigenza primordiale dell'uomo, un metodo di liberazione e protesta oltre che espressione delle idee. Dagli schiavi colonizzati nelle varie terre del mondo, si sono originati alcuni fra i ritmi migliori, che oggi raffinati e rivisitati generano la musica da ballo. Basti pensare alla “rumba” nata dagli schiavi colonizzati e portati da svariate terre dell’Africa fino all'America latina. Essi, per sentirsi vivi, si riunivano e creavano gruppi di movimento, sui ritmi di arcaici cucchiai battuti su casse di baccalà rovesciate o fusti di legno vuoti che venivano percossi per creare un ritmo. Su queste prime percussioni, il movimento corporeo intenso si esprimeva e dava un senso alla vita di queste persone, che poco o nulla avevano per vedere il sereno delle loro giornate.
Questo è uno dei molteplici esempi dell’importanza della musica, ma anche della danza per ogni uomo.
La musica è vita e la danza è poesia!

La danza è l’unica arte in cui noi stessi siamo la materia di cui è fatta. (Ted Shawn)


16 novembre 2016

I miei sì e i miei no..

Posso dire che mi sono stancata di questa diatriba che coinvolge  i due fronti del sì e del no al referendum del 4 dicembre? Sembra che da quella data dipenda chissà cosa, mentre invece io sono convinta che i giganteschi e quotidiani problemi della gente comune saranno gli stessi di prima, che non saranno né il sì né il no a modificare sostanzialmente il quadro sociale e politico. E anche se fosse vero (cosa di cui dubito fortemente e che comunque non risolverebbe nessun problema) che la vittoria del no manderebbe a casa Renzi, non è certo affidandomi a qualcun altro che mi solleverebbe il morale. 
Io posso dire sì alla partecipazione diretta, in prima persona, alla quotidiana trasformazione. E posso dire no alla delega, alla rinuncia, al disimpegno. Ma questi sì e questi no non trovano nessun riferimento nella sfida del referendum, che è giocata tutta sul piano della politica politicante. 
Non mi interessano gli aspetti superficiali di un meccanismo di potere che io contesto alla sua radice e non trovo nessun motivo che meriti una deroga alla mia convinzione: stare alla larga dalle urne.
So bene di essere considerata un'utopista, un'incapace di prendere posizione irrigidita come sono in un'ideologia del passato, ma sono così: se qualcosa non mi convince non lo faccio. E trovo questo tanto strombazzato referendum una grande operazione mediatica per coinvolgere la gente nel niente. O peggio, per farla sentire protagonista mentre i fili del potere sono manovrati da ben altri burattinai.


13 novembre 2016

Stanotte ho sognato.

Cioè, mi ricordo il sogno che ho fatto distintamente, cosa che non mi succede quasi mai, forse perché era un sogno tranquillo, pacato, di quelli che fanno sperare che continui tanta è la beatitudine. Ho sognato che ero sola tra alberi immensi, le cui cime arrivavano quasi al cielo, di fronte al mare. Ricordo la sensazione di silenzio, la pace interiore che sentivo di fronte a quel tramonto che si stava riversando sull'acqua. Non succedeva niente, rimanevo lì, ad ascoltarmi, e forse pensavo, ma non ricordo cosa pensavo. Mi sono svegliata serena, con una serenità che supera la mia comprensione e che non è stata troppo costante negli ultimi giorni. Ora penso che questo sia dovuto a due cose. La prima, un ricordo appena prima di addormentarmi: mi rannicchio nel mio letto, tra tutti i miei cuscini, e butto l'occhio sulle foto che ho sulla cassettiera. Mio padre e mia madre nel cinquantesimo anniversario di matrimonio. Una bella foto, un bel giorno felice con tante persone care. 
Due lacrime silenziose e felici hanno offuscato la stanza e mi sono sentita di dire grazie a loro, per quello che mi hanno dato, per come mi hanno amato, sostenuto e aiutato, perché non credo di averglielo mai detto, persa com'ero nelle mie ribellioni, nella mia testardaggine e nei miei impulsi contraddittori. 
E ho capito che non perdiamo mai quello che abbiamo vissuto. 
L'altra, un piccolo pensiero che mi è venuto in mente proprio ieri sera: passiamo la vita a pensare a quello che non abbiamo e vogliamo avere, a quello che abbiamo avuto e abbiamo perso. Non ci concentriamo su quello che effettivamente abbiamo, e tra le cose più importanti e concrete ci sono i ricordi...un modo per incontrarsi...
Grazie a coloro che mi hanno coniato, mi hanno accompagnato, mi hanno voluto nei momenti di tempesta. 
Dove cerco la mia pace, riesco a trovarli.

12 novembre 2016

Una piccola lacrima in più.

Ci sono persone che quando se ne vanno lasciano vuoti più vuoti di altri, persone mai conosciute se non attraverso il loro genio artistico che facciamo nostre e che andiamo a cercare quando abbiamo bisogno di conforto, come amici con cui condividere una sensibilità che altrove non riusciamo a trovare. Persone che non sapranno mai quanto bene hanno seminato e quanto amore hanno sparso.
Ascolto Leonard Cohen da una vita e la sua presenza era quasi un'ovvietà, una dolce compagnia, un balsamo lenitivo, una conferma dell'esistenza dei sentimenti e della genialità di come possono essere descritti e cantati.  Mi ha accarezzato come un'amante, con le sue canzoni ho ballato e cantato, viaggiato e sostato in lunghi tempi di riflessione. Ed era sempre lì, con la curiosità, la sensualità e l'ironia che hanno segnato tutti i suoi capolavori. Ed io sentivo un senso di appartenenza, come se, nel segreto delle mie più intime vicende, fossi legata alla sua poesia da un legame invisibile e indissolubile.
Ora non c'è più, ma io preservo il legame, anche se con una piccola lacrima in più. Queste poesie, queste canzoni mi accompagneranno ancora a lungo, mi renderanno il cammino meno impervio, la notte più accogliente, le ferite meno dolorose. Mi aiuteranno a sopportare questo tempo, un tempo in cui volgarità e tracotanza trionfano e appestano la terra, un tempo in cui la rara fiamma della bellezza e della poesia si è spenta a Montreal. You want It Darker. Ciao Leonard.




06 novembre 2016

Ho la mia età.

E così un altro anno è passato e sono 64 da quando sono nata. Ho la mia età e nessuno può togliermela. Dovrei forse fare attenzione a dichiararla? Perché dire "ho la mia età" è quasi una dichiarazione di acquiescenza di uno stato ineluttabile di vecchiaia, anche se di fatto vecchia non mi ci sento così tanto. Però sto dando al mondo una non ovvia informazione su me stessa e su come mi sento con me stessa. E dire "ho la mia età", con più o meno ironia, significa dire "ho un'età (ormai) avanzata, sono vecchia (o quasi)". C'è un destino in un'affermazione del genere, perché il senso porta appunto verso un'età che è definita come matura (o più che matura), proprio l'età in cui capita di cominciare a riflettere, sull'età. E non sempre allegramente. Parlando dell'età, infatti, si possono dire tante cose, ma quando si dichiara come propria l'età che si ha, invece di trovarsi a dire un'ovvietà, si sta dichiarando di essere vecchi. Perché tutti hanno un'età, anche appena nati e anche quando sono giovani , ma solo di alcuni, a partire da una certa età, si dice che "hanno un'età". E così, senza nemmeno dire l'età, si è dichiarati vecchi, con un semplice aggettivo possessivo o con un ancor più semplice articolo indeterminativo. Che strana faccenda è la lingua!
Va beh, non fateci caso...è l'età...
Che poi siano 30, 40 o 64 non importa, importa come ci si sente, importano gli amici, importa avere un'opinione, un discreto pensiero critico. Importa che ancora non ho voglia di accontentarmi, che qualche sogno rimasto nel cassetto c'è, un po' logoro e stantio ma c'è. Importa quella piccola scorta di spensieratezza, e di irrequietezza forse, che mi fa dire che quel che importa è questo presente di cui domani poco importerà. Importano le mie radici, per amare il mio passato nonostante tutto, e importano quelle ali che, ad un certo punto della mia vita, si sono aperte per guardare tutto da un'altra prospettiva, senza le quali non sarei mai potuta essere la persona che sono, nel bene e nel male. 
E voglio tenermi stretti anche quei piccoli piaceri che ogni tanto mi fanno fermare a pensare, magari impugnando penna o tastiera per sottolineare le sensazioni che il mio cervello traduce e concretizza in parole spesso neanche troppo esaustive.....ma mi capirete ugualmente...è l'età...




"Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere. Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita e le illusioni diventano speranza. Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata, ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa. E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia. Quanti anni ho, io? Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati, le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo. Che importa se compio venti, quaranta o sessant'anni! Quel che importa è l’età che sento. Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure. Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni. Quanti anni ho, io? A chi importa! Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento..."(José Saramago)


03 novembre 2016

No future

Che lo si dica chiaramente: la paura più grande è quella della povertà!
Non avrebbero altrimenti giustificazione gli episodi avvenuti in Sardegna, in Calabria e in Emilia Romagna, dove parte degli abitanti di alcuni paesi hanno letteralmente eretto barricate per impedire che degli stranieri rifugiati fossero ospitati nei loro paesi. Semplicemente non li volevano per paura , oltreché del diverso, dello specchio e dello spettro che gli si paventava davanti: trovarsi un giorno nelle medesime condizioni, quelle di emigranti, di persone senza casa e senza lavoro e senza neanche un posto dove andare.
Tutto è crollato, i falsi miti sono crollati, a uno a uno. Crollato il mito della Patria o dello Stato, retto da un gruppuscolo di parassiti autoreferenziali; crollato il mito e la realtà di uno stato sociale che forniva qualche garanzia; il mito del lavoro, che trovarlo a condizioni decenti sembra una chimera. Di cultura manco a parlarne: a farla da padrone è la Tv di Rete 4, che propaganda ogni sera razzismo e ignoranza.
È rimasta solo la guerra tra poveri, tra sfruttati, esclusi, isolati, arrabbiati, tra persone che non parlano neppure più tra loro, ma che tra un whatsapp e una notifica, la cosa cui tengono di più è il loro ultimo smartphone. Un implacabile destino di apartheid ci attende se non mettiamo il naso fuori, se non ci mettiamo in mezzo, se non rispondiamo con la solidarietà. Se non individuiamo i veri nemici che hanno portato a tutto questo: le frontiere e l’economia, gli Stati e i loro apparati, con le loro guerre e devastazioni in giro per il mondo, la loro precarizzazione e il loro sfruttamento, con la loro propaganda e i media che hanno invaso con la paura le giornate di tutti. Ad essere esiliati e cacciati, sfruttati e affondati non saranno solo gli stranieri che oggi molti non vogliono, ma saranno tutti, quando non serviranno più ai Marchionne di turno, quando la guerra tornerà indietro costantemente e saremo incapaci di prendere qualsiasi decisione, perché avremo delegato tutto ai politici da televendita. Quando non sapremo più coltivare neppure un ulivo e la terra sarà tutta privatizzata e avvelenata; quando, eternamente interconnessi, piangeremo se non potremo usare internet veloce per qualche minuto; quando sempre sotto le telecamere, un poliziotto arriverà pronto a multarci per aver gettato una carta per terra.
La paura non è il campo su cui si può vivere e lottare, ma è il campo della morte sociale a cui non ci si può rassegnare.


31 ottobre 2016

Siamo piccoli. 
Siamo insignificanti noi uomini di fronte alla natura e alla sua forza prorompente. 
E, soprattutto, siamo persi. 
Smarriti alla ricerca di un senso. 
Un significato che possa sollevare l’anima dalla pesantezza del rendersi conto di quante volte si perde tempo in facezie e non si apprezza la vita come si dovrebbe. E poi un attimo e tutto non è più come prima. 
Il tempo sbriciola i suoi secondi sulle nostre vite e non siamo più gli stessi. 
I nostri orizzonti sono cambiati. 
Il paesaggio in cui siamo cresciuti non c’è più. 
La cittadina che abbiamo visitato tante volte in gioventù è in frantumi. 
E in frantumi è lo spirito che raccoglie dalla calce i suoi ricordi, 
i sorrisi, le fotografie, i pensieri di un futuro che era lì a venire. 
E un’ eco sale e rimbomba corale in tutti noi: perché?

Folle, follie e social network: veleno di gregge.


Il dolore tace e l'ignoranza complotta.

Non accennano a diminuire le scosse di terremoto, anzi, si fanno più forti ed estese e io riesco solo a pensare alla paura e alla disperazione di quella povera gente che non ha più niente e che si vede letteralmente togliere la terra sotto i piedi. In situazioni come questa non serve consolare, fare analisi, dare motivazioni, consigli o previsioni, l'unica cosa è darsi da fare e velocemente, perché contano solo i fatti, le parole stanno a zero. 
E invece c'è chi riesce a gettare sale sulla ferita inneggiando al castigo divino, pubblicando selfie sorridenti con hashtag improbabili tipo #terremotati e #sopravvissuti o abbandonandosi alla polemica. E come se non bastassero i soliti buontemponi imbecilli irrispettosi analfabeti, una senatrice del M5S non trova niente di meglio da fare che pubblicare la sua teoria complottista blaterando di addomesticamento dei terremoti per diminuire i risarcimenti.
Una bufala, nient'altro che questo, che circola da anni in occasione di ogni terremoto e che fa riferimento all'articolo 2 del decreto legge n.59 del 15 maggio 2012 che non è mai entrato in vigore, in quanto soppresso dalla legge n.100 del 12 luglio 2012. Senza poi contare che per i complottisti i risarcimenti sarebbero legati al valore della magnitudo del sisma (scala Richter), mentre invece a essere considerata è l’intensità del terremoto che si calcola in base alla scala Mercalli che è quella che dà appunto un valore di intensità sulla base dei danni registrati.
Cara senatrice, e insieme a lei tutti coloro che non possono fare a meno di pontificare, la prossima volta che decidete di fare terrorismo, infilatevi la testa in un sacco e poi scuotetelo, chissà che i vostri cervelli non rientrino nel vuoto che hanno lasciato.

29 ottobre 2016

L'Italia dice no.

Non al referendum, che è l'argomento del giorno, anzi dei mesi, e pare non esista altro, ma ad un Trattato di messa al bando degli ordigni nucleari per il 2017.
All'Onu 123 Paesi per un Trattato di messa al bando delle armi nucleari, l'Italia vota no.
L'Italia, ufficialmente paese non-nucleare, ospita 59 basi militari americane. È il primo avamposto statunitense in Europa per numero di bombe nucleari schierate, e il quinto al mondo per numero di installazioni militari. Sono 70 in tutto, ed è un arsenale custodito in sole due basi: 50 ad Aviano in provincia di Pordenone, 20 a Ghedi in provincia di Brescia. Con l'intensificarsi della crisi tra Occidente e Oriente l'Italia rischia molto, perché da avamposto dell'impegno statunitense per la difesa dell'Europa l'impatto sta lentamente diventando militare. L'opera di ammodernamento delle strutture militari in Italia attualmente in corso, porterà ad avere bombe nucleari teleguidate con una migliore precisione e aumenterà la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi.
http://nena-news.it/nuove-bombe-nucleari-per-litalia/
E dice no, per non deludere l'ipocrita America che, dopo aver varato un potenziamento nucleare da 1000 miliardi di dollari, dichiara di voler "realizzare la visione di un mondo senza armi nucleari". Grazie Italia prona.

Are you lost in the world like me?

A testa bassa sugli schermi, senza accorgersi di ciò che capita attorno a noi, questa è l’immagine riassuntiva del mondo moderno. Un mondo che corre all'impazzata, veloce e casuale, dove i particolari non contano più nulla, dove regnano menefreghismo ed egoismo, dettati dalla tastiera di uno Smartphone, che diventa a tutti gli effetti corpo, gesti e anima virtuale. Territori solari che divengono in questo modo pieni di oscurità, cupi, dove esseri non più umani vagano tristi, desolati e disorientati, dimenticandosi di alzare lo sguardo verso un Sole ormai offeso e divenuto sbiadito. 
L’ennesima denuncia di tali atteggiamenti controversi arriva dall'artista Moby, cantante, musicista e compositore, sempre attento ad interrogarsi sulle problematiche che affliggono i nostri tempi. Il videoclip che accompagna il bellissimo brano, prodotto dalle sapienti mani di Steve Cutts, famoso illustratore ed animatore,  rappresenta sicuramente uno dei video musicali meglio realizzati degli ultimi anni. Immagini che si rifanno ai primi cartoons in bianco e nero degli anni ’30, ma dai contenuti fortemente attuali.
Scene impregnate interamente da un’aurea densa di tristezza, angoscia e malinconia, dove un piccolo protagonista schiacciato dalla dipendenza tecnologica apatica dei propri simili, vaga smarrito e incredulo in sentimenti ed emozioni reali solitarie. Nel video si riconoscono alcuni dei trend tecnologici e social degli ultimi tempi, quali Pokemon Go, Tinder, e più in generale atteggiamenti comuni di vivere un’esistenza  e le situazioni che ci coinvolgono, attraverso uno schermo. Il personaggio, somigliante ad un Moby in versione cartoon, si trova senza volerlo immerso in un mondo a lui estraneo, e tenta di fuggire da esso alla ricerca di un poco di semplice umanità, di condivisioni reali di sentimenti, senza però trovare riscontri ricambiati. A questo punto, non può far altro se non entrare egli stesso in un vortice di sconsolata solitudine, in attesa forse di una nuova e rinnovata luce solare, mentre macchine ormai disumanizzate precipitano una dietro l’altra senza rendersene conto, in un tetro burrone.
http://www.mifacciodicultura.it/2016/10/23/moby-videoclip-mondo-tecnologico/


Libertà e destino.


27 ottobre 2016

La terra trema ancora e torna la paura.

Il centro Italia e in particolare Umbria e Marche sono di nuovo sotto scacco.

E ancora una volta siamo qui a considerare quanta poca cosa sia l’uomo, spesso dimentico della sua piccolezza. Animale presuntuoso, abituato a ritenersi grande, amministratore e arbitro di una natura che ha tanto da darci ma anche tanto da toglierci. Quotidianamente maltrattata, sempre più spesso ci ricorda di essere l’unica vera padrona di questo mondo, capace di distruggerci e spaventarci nella stessa misura in cui noi la violentiamo e sfruttiamo ogni giorno.

23 ottobre 2016

E niente, me ne stavo qui e pensavo....

...pensavo che devo essere una che combatte e non si abbatte, altrimenti dopo tanti anni di vita non sempre semplice, dovrei essere come minimo depressa. Invece riesco ancora a reagire, a volte con decisiva prontezza e a volte anche solo per esclusione, perché se non reagisco è finita. Riesco ancora a fare delle scelte, non sempre spontanee ovviamente, ma curandomi comunque delle mie motivazioni, di cui la principale è quella di non essere manipolata. Nutro l'autostima, non l'autocommiserazione. E se scelgo di cercare di fare sempre al meglio quello che faccio non è perché sono ambiziosa e voglia arrivare chissà dove, ma perché ho una coscienza così, che non si accontenta del meno peggio. E ogni giorno ascolto la voce della mia coscienza, non l'opinione comune. Ogni giorno scelgo di non arrendermi, non perché voglio vincere, ma perché il senso della mia vita è essere ciò che sono, in funzione delle scelte che scelgo di attuare.

16 ottobre 2016

Mi piace coccolarmi.

E' vero, a volte indulgo nel narcisismo, non patologico ovviamente, ma è perché mi voglio bene. La domenica soprattutto, quando, e non sempre, sono libera dal lavoro e posso permettermi di dedicare la giornata a me stessa, libera da tutto, impegni e responsabilità. Sono stata per molto, troppo tempo, relegata in ruoli che mi imponevano comportamenti e azioni conseguenti, ora no, ora sono libera e mi comporto in base ai miei desideri, nei limiti del possibile purtroppo. E mi piace coccolarmi, una specie di rivincita forse, tardiva anche, perché a quasi 64 anni non è che si possa fare chissacchè, ma il piacere di poter decidere il come, il dove e il quando, anche solo per un giorno alla settimana, mi ricompensa e mi fa stare bene. Incomincio al mattino, anche se mi sveglio sempre troppo presto per dire che poltrisco, ma faccio tutto con calma, senza guardare l'orologio. La colazione, la passeggiata con il mio piccolo amico a quattro zampe e il riassetto veloce del mio nido trascurato, perché non si può certo dire che sono una brava casalinga. Un'occhiata alla rete non manca insieme all'aggiornamento di questo diario virtuale se mi va di scrivere qualcosa. E intanto si è fatto quasi mezzogiorno e mi posso ancora concedere un aperitivo, uno spritz fatto in casa naturalmente, non è che vado al bar a cercar compagnia, non lo ritengo necessario. Poi penso a quello che mi va di mangiare, apro il frigo e ascolto il mio stomaco. Cucino. Sì, mi va ancora di farlo, per me stessa, per gratificarmi e lo faccio abbastanza bene. Però non bado all'etichetta: non metto tovaglie e ammennicoli vari: mangio e basta, per il solo e unico piacere di farlo. Caffè, sigaretta e pennichella. Tutto qui. Qualcuno potrà senz'altro dire che è niente, ma per me è tanto. Godere di piccole cose, fatte di poco e di poca importanza ma rilevanti da un certo punto di vista: dal punto di vista dell'indipendenza e della libertà, anche se limitata ad un contesto molto personale. Il pomeriggio è dedicato esclusivamente al cazzeggio, possibilistico e opzionale: vediamo quel che mi viene in mente. 

"Curarmi di me stessa non è autoindulgenza, è auto-preservazione, ed è un atto di lotta politica". 
Audre Lorde

Colpa della luna.

Me lo raccontava mia nonna tenendo in mano quel piccolo quaderno con la copertina marrone e i fogli ingialliti. 
Raccontava che suo padre se n'era andato via in una notte di luna piena. Non si sapeva dove, non si sapeva con chi, si sapeva solo che era colpa della luna che a volte fa impazzire gli uomini. Aveva lasciato tutto per seguire la magia della luna, affascinato da quello splendore che poi lentamente, giorno per giorno, scompariva per poi ritornare, a volte nascosto, a volte così palese da far invidia al sole. 
Raccontava che sua madre, pur amandolo, non piangeva. "Ritornerà", diceva, "ritornerà con la luna, perché la luna ritorna sempre". E ogni notte scriveva alla luna, rimproverandola di averle rubato l'amore e supplicandola di lasciarlo tornare da lei. Ma la luna si nascondeva spesso e le notti buie restavano mute ai richiami. 
Raccontava che passarono gli anni e mentre riempiva il quaderno di parole, sua madre si ammalò. Una notte la luna si accorse di quel silenzio inusuale e volle vedere da vicino perché non sentiva più quella voce. Fece capolino nella stanza e vide la donna a cui aveva rubato l'amore stesa sul letto. Sembrava una rosa addormentata, ma viva, fragile e incompleta, ma viva.
E lui ritornò. La guardò in quel letto di Biancaneve quasi quel principe che da molti anni aveva smesso di essere. Prese le mani di quella donna che aveva amato fra le sue, le sussurrò parole che nessuno riuscì a sentire e si voltò per andare, di nuovo, come prima del quaderno. Il giorno dopo lei aprì gli occhi: "Colpa della luna" disse, e li richiuse per sempre.

Ho saputo in seguito che il mio bisnonno non tornò dalla campagna nel Nordafrica durante la prima guerra mondiale e la mia bisnonna è morta di leucemia....ma preferisco la versione di mia nonna...perché ancora conservo quel quaderno...

15 ottobre 2016

Nobel.

Allora dico  la mia anche se a nessuno importerà più di tanto. 
Una delle critiche per quello che riguarda il Premio Nobel a Bob Dylan è che lui non ha niente a che fare con la letteratura e che i suoi testi sono legati strettamente al fatto che sono cantati e suonati. 
Io credo che non sia così, infatti molti suoi testi sono leggibili a sé, senza bisogno di essere cantati e supportati dalla musica, sono vera e propria poesia. Le sue memorabili musiche e parole sono, nel senso più profondo, letterarie.  
Piuttosto, se proprio vogliamo obiettare qualcosa nella motivazione del Nobel, possiamo dire che Dylan non ha "creato una nuova espressione poetica", ma ha dato una forma efficace e contemporanea a uno dei nessi più profondi e antichi dell'arte: quello tra parola (detta più che letta) e musica (in senso lato).
La letteratura non deve chiudersi in sé stessa, arroccata nei salotti buoni dei parrucconi. L'aprirsi verso altre forme d'arte è un segno di evoluzione e attenzione verso ciò che più influenza la società del nostro tempo e questo non può che essere positivo.
E mi piace l'dea che ci sia stato una specie di passaggio del testimone: Dario Fo, Nobel nel 2001, è morto nel giorno in cui è stato assegnato il Nobel a Dylan. Una coincidenza sicuramente, ma quindici anni fa ne aveva parlato :"Sarei proprio contento se fosse Bob Dylan a vincere il Premio Nobel"....

E già che ci sono dico la mia anche su Dario Fo. Sono venuti fuori, come sempre succede quando si parla di un personaggio di tale fama, i suoi trascorsi politici, dalla sua giovinezza nella Repubblica di Salò alla recente adesione al movimento di Grillo. 
Io vorrei estrapolarlo da questa condizione di miseria politichese e vederlo solo come artista. Quell'eterno giullare, istrione del palcoscenico, uomo delle arti a tutto tondo che per tutta la vita si è battuto contro l'affermazione secondo cui “la cultura dominante è quella della classe dominante”, che non ha mai avuto bisogno di etichette perché l’idea di cultura per la quale si è battuto non è né accademica né elitaria. Ci ha lasciato tanto nelle sue opere, sono un tesoro, non sporchiamole. 

Lo spot della Apple del 1997 con lo slogan "Think Different" presenta tutti i protagonisti che con il loro genio e la loro fantasia e ribellione hanno cambiato il mondo. La voce narrante italiana non poteva che essere quella di Dario Fo e uno dei personaggi Bob Dylan. 
Ed è cosi che due premi Nobel alla letteratura si sfiorano. 


"Questo film lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto per lo status quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l'umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero".

09 ottobre 2016

Silence, please...

Quando si ha l’impressione che il modo sia diventato troppo complicato per ricavarne un senso...
Quando ci si rende conto che il bisogno di comprendere si trasforma in un raccolta di racconti che ci si fa per sfuggire alle contraddizioni della realtà...
Quando si ha bisogno comunque di appoggiarsi ad una realtà diversa, anche fantastica, perché la realtà che definiscono vera è troppo dolorosa e risulta insopportabile...
Quando ci si riconosce senza qualità, disarmati di fronte al mondo...
Allora forse è il momento di smettere di parlarsi addosso e di concentrarsi nel fare cose diverse, senza nessun'altro scopo che il superficiale piacere di farle...per sottrarsi all'inganno, alla pressione, alla compulsione dell'esserci a tutti i costi...
.......
Quindi oggi andrò al mercato...e comprerò la pioggerellina fitta di questa grigia giornata di ottobre. Me la farò mettere in una bottiglia colorata e mi sciacquerò i pensieri per togliere qualche impurità. 
Ci sarà ressa al solito banco dove vendono giudizi saccenti e presuntuosi, taglienti ma anche patetici. Ci saranno tutti i pontificatori professionisti, quelli che amano molto sparare sentenze, che vanno tanto di moda oggi.
Mentre pochi si fermeranno là dove vendono solo un po' di umiltà, morbida morbida, senza additivi e priva di ignoranza. Ne comprerò un paio d'etti...e una manciata a parte che la devo regalare.
E poi troverò il banco del silenzio...me ne serve almeno mezzo chilo...perché questa vita certi giorni fa troppo rumore...e perché a volte si può anche tacere...
...silenzio prego...

05 ottobre 2016

Giustizia creativa.

La domanda è: chi l'ha ammazzato? Non come è morto. La vicenda di Stefano Cucchi, ucciso a mazzate dalla polizia e non curato dai medici del Pertini, in cui la giustizia creativa si inventa, dopo anni di bugie, l'epilessia come causa della morte, non solo è offensiva per l'intelligenza, ma insopportabile civicamente e umanamente. Ogni volta che mi ci imbatto, riconosco questa storia come una delle più schifose pastette di stato che abbia mai visto. Ancora più schifosa la rende la condizione di impotenza della vittima e della sua famiglia. La solitudine dei cittadini normali. Ecco questo è uno dei rarissimi casi in cui sarebbe stato meglio, in assenza del riconoscimento certo del colpevole, condannare tutti, colpevoli e innocenti. Partendo dal presupposto che anche gli innocenti sono comunque colpevoli di aver assistito muti. Le cause della morte sono inequivocabili, basta guardare una fotografia, non ci vuole un'indagine per stabilirle. I colpevoli anche. Punto. 
Se Stefano Cucchi è morto di epilessia possiamo tranquillamente dire che Giordano Bruno è morto assiderato.


30 settembre 2016

Tanto per dire...


Che poi  tutte queste aspirazioni che ho non sono chissà che. 
Vorrei solo non dover leggere sempre le stesse notizie, sempre brutte. 
Vorrei non dover trovare dietro ad ogni azione un retroscena di manipolazione e sfruttamento. 
Vorrei non dover pensare che questo mondo è cosparso di odio e prevaricazione e preoccuparmi del futuro di mio nipote. 
Vorrei non essere costretta ad arrendermi all'impotenza.
Vorrei avere ancora qualcosa da dire, diverso dai ripetitivi lamenti lanciati in un vuoto cosmico... 

26 settembre 2016

APE, VESPA e il Fondo del Barile.

Il governo Renzi è alla disperata ricerca di denaro da trasformare in bonus elettorali per comprarsi la vittoria al referendum che appare sempre più improbabile.
I soldi però sono finiti, il fondo del barile è stato raggiunto, raschiato e scartavetrato. Quali altri magheggi contabili saprà inventarsi il piccolo Renzy Potter per aggirare i limiti imposti dalla crudele Voldemerkel, che ormai ai vertici lo evita dicendo “non c’ho spicci”, e comprare il consenso degli elettori alla sua ripugnante Deforma Costituzionale?
Ci vorrebbe qualcosa di particolarmente truffaldino, ma è difficile pensare a qualcosa di particolarmente truffaldino che il governo Renzi non abbia già fatto.
Non resterà che ricorrere ancora una volta alla risorsa più sfruttata in questi casi: le pensioni.
Dopo l’APE, anticipo pensionistico, sarà introdotta la VESPA, verifica sistematica pensioni acquisite.
Con l’APE, come si sa, per andare in pensione in anticipo rispetto ai limiti minimi, calibrati sull’aspettativa di vita d’una tartaruga centenaria delle Galapagos, si è obbligati a chiedere un prestito bancario e, nonostante i contributi già versati, sostanzialmente pagarsi la pensione da soli.
Con la VESPA in retromarcia, cioè a effetto retroattivo, anche tutti coloro che hanno già una pensione per continuare a riscuoterla dovranno chiedere un prestito mensile pari alla cifra che ricevono. E restituirlo il mese successivo.
Sarà poi istituito uno speciale fondo INPS, detto appunto Fondo del Barile, nel quale confluiranno tutti i contributi versati dai lavoratori.
Questo fondo sarà utilizzato dal governo per distribuire bonus elettorali di varia natura – bonus bebè gestito dalla Lorenzin, bonus dudù gestito da Alfano, bonus gne gne gestito dalla Boschi – che saranno erogati in prossimità di referendum e competizioni elettorali, e ritirati con obbligo di restituzione totale in caso di sconfitta del premier.
Poi a imprenditori e governo non resterà che incrementare gli sforzi già in atto per impedire che i lavoratori arrivino vivi alla pensione.

Alessandra Daniele.

18 settembre 2016

Pomeriggio..


Questo pomeriggio, così strano e mutevole, con il tempo che cambia di nube in nube, di aria in aria, di pioggia in pioggia a seconda del paese.
Questo pomeriggio di una domenica quasi autunnale, dove pare che non succeda nulla.
Non c'è nessun tremore, né passi, né voci, come se l'intero pianeta avesse deciso di girare in contrasto con la fretta.
Sembra una bonaccia che scivola dentro di me attraverso tutte le fessure della casa.
E penso a ciò che succede quando non succede nulla, come ora, mentre lentamente si esauriscono gli echi della conversazione di poco fa e mi fermo a sentire la lama affilata dell'assenza, che sta tatuando senza dolore una foto dove non si vede niente.
Guardo un attimo dalla finestra con la tazza del caffè fra le mani, e non succede nulla.
Finisco il caffè e penso che vorrei o dovrei leggere il libro che mi hanno suggerito, "La nostalgia dell'assoluto" di George Steiner, guardacaso, in modo che tutto rimanga com'è.
Apro il libro e i miei occhi non trovano un posto dove fermarsi, e poi, di nuovo, non succede nulla.
Passano le ore che vanno verso la notte e continua a non succedere nulla.
Poi mi siedo a scrivere, più per abitudine che per necessità, e anche se scrivo e mi leggo in ciò che scrivo, il testo non dice niente, perché non sta succedendo niente.
Immagino che ci siano pomeriggi e giornate così in ogni storia personale.
E credo che anche il fatto che non succeda niente sia un mezzo portentoso per non far succedere il contrario.
Un modo per salvarci.
Perché, a volte, come oggi, è meglio che non succeda niente...

La maledizione dello spirito libero.


Di Mario Barbagallo.
A volte mi capita di destarmi dal sogno della realtà, apro gli occhi e mi ritrovo al di là delle nuvole, oltre l’arcobaleno, come quei cavalieri solitari che alla fine del film si incamminano verso il tramonto, lontano da ogni dogmatico qualunquismo e da quel mondo fatto di regole che non accetta nessuna eccezione. Perché  non esiste niente di più devastante per uno spirito libero del dover cercare un equilibrio nel fango dei condizionamenti, il suo posto è lassù dove nessuna catena potrà mai raggiungerlo, dove è sufficiente la sola forza della mente per dilaniare il tempo e lo spazio. Lo spirito libero è fatto di una materia diversa da quella delle sbarre di qualsiasi gabbia, distanza o tempo per lui sono solo gradini su cui danza verso un elevazione superiore, verso la felicità della libertà.Ma la libertà così come la felicità è una dea malvagia che reclama costantemente sacrifici al proprio altare, esige coraggio, a volte solitudine, comunque abnegazione, libertà e felicità ci insegnano che il loro contrario non è rassegnazione ma paura, quella stessa paura del diverso che fa impantanare nella pubblica morale tutti gli uomini poveri di spirito. Esseri zavorrati dal conformismo capaci solo di piccoli balzi, schiavi nell'anima, senza nessuna apparente catena al piede e senza nessuna ipotesi di libertà, incrociano la vita ogni giorno ma non la riconoscono e proseguono sulla strada del convenzionalismo, anime ancora inscatolate di cui si è perso il libretto d’istruzioni. È più deleterio che rischioso mettere un’impermeabile al cuore, da quelle parti le zip si incastrano facilmente e alla lunga potresti non riuscire più a toglierlo. Bisogna invece capire che dentro il petto di ogni uomo batte il cuore di Jonathan Livingston, il cuore di quello spirito libero rinchiuso in noi che prima o poi si sveglia e reclamando grandi spazi ti fa capire che dopo un esistenza spesa a cercare di cambiare la vita alla fine è stata lei a cambiare te, o per meglio dire, se ne è rimasta lì buona buona aspettando pazientemente che tu cambiassi per lei. Dobbiamo solo trovare il coraggio di incamminarci nella direzione dei nostri sogni senza aspettare che siano loro a venire da noi, ricordandoci sempre che mai nessun amore e nessun dolore potranno cambiarci, loro riescono solo a tirar fuori una parte di noi che non conoscevamo, quel che succede non è un cambiamento ma un evoluzione. Trovare il coraggio del Siddharta principe e dare ascolto a quella vocina impercettibile che si leva dai meandri più profondi dell’anima e ci impone di partire alla ricerca di noi stessi come una foglia secca alla mercé del primo alito di vento e non come corpi celesti subordinati a precise leggi fisiche. Solo lasciandosi andare si potrà cadere verso l’alto ritrovando quell'ancestrale e congenito piacere del volo libero. Quel sogno di Icaro va realizzato ma partendo sempre dal presupposto che ovunque si decida d’andare bisogna prima di tutto ricordarsi di mettere il proprio corpo nella valigia. Non è poi così difficile ritrovare noi stessi, è più difficile ritrovare l’accendino dentro la borsa di una donna che il nostro io interiore sulle mille strade della vita. Come seguaci di una dottrina olistica dobbiamo principalmente imparare ad armonizzarci con i nostri centri sensoriali e in seguito con quello che ci circonda, autoistruirci all'apprendere, in tutto quello che incontriamo durante il nostro tragitto rivediamo noi stessi, il nostro riflesso, il riflesso della somma delle nostre esperienze, le cose non si vedono per ciò che sono ma per ciò che siamo, bisogna capire cosa raccogliere durante il viaggio della vita, non è vero che tutto fa esperienza, ci son cose che alla fine si rivelano solo inutili fardelli e come tali tolgono spazio a quello che utile potrebbe essere. Non bisogna mai smettere di cercare, ma durante la ricerca dobbiamo anche e soprattutto poter capire quando è ora di fermarci per godere di ciò che abbiamo trovato perché la vita non è una semplice somma di anni ma di puri attimi e noi siamo qui e adesso. Se vuoi conoscere il tuo passato, sapere che cosa ti ha causato, allora osservati nel presente, che è l’effetto del passato. Se vuoi conoscere il tuo futuro, sapere che cosa ti porterà, allora osservati nel presente, che è la causa del futuro.

13 settembre 2016

Il Golia della mentalità.

Non ne parlo volentieri, un po' per reticenza ad esibire cose personali e un po' perché è un ricordo doloroso che preferisco tenere schiacciato nel profondo per controllare la rabbia che mi provoca. Ma quando sento quel "se l'è cercata" non riesco a controllarmi, riemerge tutto e tutto diventa di nuovo pesante nonostante siano passati ormai 13 anni. La storia l'ho raccontata qui tempo fa, in poche righe, per non indulgere nell'autocommiserazione e perché non dice niente di nuovo. E', purtroppo, una storia come tante, come quelle che quotidianamente vengono rese note dall'informazione e  come quelle che rimangono invece silenziose nelle pieghe e nelle piaghe della "normalità" in cui vivono tante donne. In quel post non ho parlato del dopo, di quello che si è detto di me, donna che ha sfasciato una famiglia e che vive facendosi i famosi cazzi suoi, in questo paese piccolo dove la gente mormora, in cui ancora si sbirciano i vicini da dietro le tendine e si ricamano supposizioni sui comportamenti cosiddetti "anomali" che non rispecchiano i cliché. Anche per me c'è stato quel "se l'è cercata", perché erano sicuri che avessi altri uomini (altrimenti perché lui sarebbe stato geloso?), perché anche prima di quella convivenza conclusasi in malo modo non mi lesinavo le uscite serali e i rientri a tarda notte, perché nonostante la mia età mi vestivo un po' troppo da "giovane", non andavo a messa la domenica e dalla parrucchiera al sabato e non invitavo le vicine a prendere il caffè per un sano spettegolezzo. Quel "se l'è cercata", detto da una giovane donna che quella notte è rimasta spettatrice delle mie grida dietro le tendine della sua "normalità", mi è rimasto dentro, ha scavato una voragine. I lividi dopo un po' sono scomparsi, quella ferita non riesco a farla rimarginare nonostante la mia forza, l'autostima cementificata dagli anni, la mia completa e sofferta indipendenza e l'assoluto disinteresse del giudizio delle persone. Forse perché detto da una donna, una di quelle da cui mi sarei aspettata tutt'altro. O forse perché, a dispetto di questa grande e moderna evoluzione di cui ci piace tanto essere fautori e fruitori, ci sono cose che non riusciamo a strapparci di dosso, come quel "se l'è cercata" che ritorna pedissequamente a imbestialirmi i ricordi e che ogni volta, troppo spesso, ci fa tornare indietro, alla realtà effettiva, quella che si vive giornalmente, capace di annullare anni faticosi di lotte contro il Golia della mentalità becera che rimane sempre lì, impassibile e insopprimibile, a ricordarci che, se non cambiamo dentro, difficilmente qualcosa potrà cambiare fuori.


10 settembre 2016

Media, notizie e social: abbiamo un problema.

Sta suscitando scalpore la "censura" che Facebook ha messo in atto sulla foto della bimba vietnamita che corre piangendo, bruciata dalle bombe al Napalm lanciate dal corpo americano d'intervento in Indocina durante il conflitto. E non si capisce perché, visto che sono anni che la foto è sempre stata visibile ed è diventata uno dei simboli dell'atrocità di tutte le guerre girando spesso su tutti i vari social. Pare però che ci sia una spiegazione: con le politiche di privacy in continua attenzione all'evolversi degli eventi, non si possono più postare foto di bambini nudi. La cosa mi sembra giusta (ci mancherebbe!!), ma la domanda sorge spontanea: che c'entra quella foto con la lotta alla pedo-pornografia? 
Non è la prima volta che si notano delle incongruenze nelle regole di Zuckerberg o di chi per lui, nello scambiare fischi per fiaschi, nell'ignorare o meno contenuti. Quindi chiedo: quelli che decidono cosa far vedere e cosa no hanno una vaga idea di quello che fanno? 
Ebbene, la risposta è no. Non perché siano dei perfetti imbecilli, ma perché dietro a quella censura non ci sono persone ma...ALGORITMI, un'intelligenza artificiale! 
Dice che Facebook non è un sito d'informazione pertanto i giornalisti, che potrebbero partire da preconcetti umani, non sono necessari, mentre gli algoritmi, al contrario, si basano soltanto su parametri valutati dagli algoritmi stessi. E quali sono questi parametri? Le preferenze degli utenti, la loro posizione geografica e le loro interazioni con altri utenti e pagine. Quindi se il popolo di Facebook decide di dare importanza a una notizia più che ad un'altra, è chiaro che si sa più dell'una che dell'altra, ed è così che aumenta la "viralità" di una certa informazione a scapito di un'altra, magari più interessante o importante. Ecco così spiegata anche la storia delle "bufale" che, a volte, girano di più che quelle vere. Ed ecco spiegato anche il motivo della censura sulla foto della bambina vietnamita in base a regole dettate sì da una decisione "umana" ma applicate da un'intelligenza artificiale che non distingue la pedo-pornografia da un simbolo della violenza delle guerre. 
Non ci si può aspettare un risultato diverso se non si prevede l'intervento umano anche in coda a quello delle logiche algoritmiche. 
E non serve che Zuckerberg si ostini a definire il suo gioiello una piattaforma tecnologica e non una compagnia che produce informazione perché il ruolo che ha assunto (forse anche non volendo ma gli piace avere tanti utenti) con pochi altri nel settore dell'informazione chiama a responsabilità enormi, una delle quali è controllare cosa fanno gli algoritmi. 
Già si fa fatica ad accedere ad un'informazione veritiera e non controllata, se poi ci si mette anche un'intelligenza artificiale codificata in un ufficio della California a manipolare e mescolare, non ne usciamo più. 
Forse arriverà un momento in cui gli algoritmi daranno una mano a chi scrive le news e ad evitare contenuti pericolosi, ma devono ancora fare tanta esperienza per diventare affidabili.

04 settembre 2016

La verità fa male.

Non apprezzo la vignetta di Charlie Hebdo di cui tanto si parla e non sto neanche a pubblicarla, ma ritengo che tutta l'indignazione scaturita sia eccessiva. Siamo stati punti nel vivo? Evidentemente sì. Solo mi chiedo il perché di tutto questo sollevar di polveri e richieste di scuse visto che tutti sappiamo quali sono i criteri di costruzione in un paese ad elevato rischio sismico come il nostro, criteri che violano le norme vigenti, infarciti di corruzione e che affidano gli appalti ai peggiori clan di stampo mafioso e camorristico. Questa è la verità e tutti ne siamo a conoscenza, Charlie Hebdo l'ha semplicemente riproposta, forse in una maniera un po' becera e troppo dissacrante, ma tale rimane e ci fa male. 
Ma non lasciamo che la nostra indignazione si perda inutilmente in un giornale satirico che fa il proprio mestiere, rivolgiamo tutta questa veemenza verso chi davvero specula sulla povera gente, rivolgiamola verso chi costruisce in maniera dissennata per trarne il maggior profitto possibile, alle malversazioni, alle truffe, al peculato, al ladrocinio, al malaffare, alla malapolitica. A quell'insieme di piaghe socio-economiche che incancreniscono la condizione del nostro paese e che fanno sì che sia percepito con i consueti luoghi comuni (mafia e spaghetti) e gli Italiani rappresentati di conseguenza. 
Perché, prescindendo dall'auto-celebrazione quotidiana dei media di regime e delle istituzioni che incensano il made in Italy (che pure esiste) in modo autoreferenziale creando l'illusione che tutto il mondo ci stimi come capostipiti della civiltà, l'amara e profonda realtà è quella che trasuda dall'infame satira della vignetta.


01 settembre 2016

Cara ministra Lorenzin...

Non sono più in età da concepimento, ma mi sento di dire la mia su questa cialtronata in quanto donna, madre e lavoratrice.
Cara ministra Lorenzin, questa iniziativa, da lei così orgogliosamente sostenuta, è fuori luogo ed è l'ennesima conferma di quanto lei e i suoi colleghi di palazzo non abbiate la benché minima percezione delle realtà che supponete di gestire. Le spiego perché. Se ancora non l'ha capito, le persone hanno dei problemi che non sono altro che disagi consequenziali alla fottuta situazione in cui ci troviamo di cui la classe politica ha la sua buona parte di responsabilità. Disagi che possono essere di varia natura ma molti dei quali si collegano alla precarietà di un presente che non offre opportunità concrete, quindi al lavoro, e quindi all'impossibilità di progettare un futuro, di metter su casa e famiglia. Immagino che non le saranno sfuggiti, da persona (dis)informata quale è, i recenti dati Istat sulla disoccupazione intenta a battere sempre nuovi record. Cos'è questo invito a dare figli alla patria di mussoliniana memoria in un paese dove le strutture per l'infanzia o non ci sono o costano uno stipendio, dove le donne non sono tutelate e per lavorare sono costrette a firmare dimissioni in bianco se in grado di concepire? Non è che rinunciare a fare figli sia una moda da scoraggiare, non è una questione di orologio biologico, non si fanno figli perché non si può, punto e basta. Magari con più lavoro, meritocrazia, contratti e stipendi decenti, un pensierino potrebbero pure farcelo, non crede? Ma lei e gli altri della sua congrega di questo non parlate. 
E dunque, cara ministra, indire il #fertilityday è, a voler essere gentili, insensato. E' un'offesa alla dignità delle persone, un'ingerenza nella vita intima, un'avvilente politicizzazione del ruolo delle donne, inchiodate ad una mera mansione biologica.
Questo penso e mi scusi se ne approfitto per mandarla affanculo estendendo l'invito, rinnovato e allargato, a tutti quelli che fanno parte della sua insulsa fuffa.


Tanto per approfondire: Lo stupore e lo sconcerto di un gruppo di psicologi.

27 agosto 2016

Un bel paese.

Non si ferma la conta dei morti. Non si ferma la terra e non si fermano i crolli. Così come non si ferma il bieco opportunismo dei media e della politica che ha modo di esprimersi in tutta la sua ignobile fame di audience, visibilità e raccolta di consensi. Anche i social, luogo di condivisione a oltranza, fanno la loro parte nel rivelare il loro lato più becero con la storia degli immigrati, delle punizioni divine, le battute sarcastiche e le polemiche inutili.
Non c'è rispetto in tutto questo: nelle infinite e ripetitive sequele di pareri di pseudo-esperti o nel morboso insistere dell'informazione pronta a passare sui cadaveri, letteralmente. Lo sappiamo cosa succede in questi casi, lo sappiamo perché abbiamo vissuto il Belice, il Friuli, l'Irpinia, L'Aquila, l'Emilia. Ogni anno, tra un terremoto e un alluvione, facciamo da spettatori o vittime dell'orrore. Sappiamo anche come vanno le cose dopo, quando l'informazione decide di non stare più "sul pezzo", quando la politica torna alle corruttele e agli intrighi di palazzo mentre le vittime rimangono vittime a vita, aggiunte alle altre, anch'esse a vita, tra baracche e promesse mai mantenute.
Non c'è rispetto nel dire che per sanare l'Italia servono troppi soldi quando basterebbe rinunciare a qualche privilegio da parte di chi loda i soccorritori circondato da guardie del corpo o costringere la parte più ricca del nostro paese a disfarsi di una parte del suo odioso benessere costruito anche sullo scempio del territorio. Non c'è rispetto quando si comprano gli F16 considerandoli più importanti della sicurezza della nostra gente o si lodano "le grandi opere", quelle imprese faraoniche inutili o direttamente dannose che hanno sottratto e sottraggono risorse ed energia alle altre piccole opere che potrebbero prevenire le catastrofi o perlomeno ridurne gli effetti. 
Un bel paese sì, ma afflitto dall'ignavia, dal cinismo, da affaristi e ladroni che di questa bellezza e della bontà della gente continuano ad approfittare.
Non c'è molto da dire, la lezione ancora non è servita. Servirà questa ennesima tragedia o la rumorosa e costosa logica dell'emergenza continuerà a dominare? Difficile dirlo, per ora di sicuro c'è solo la pacata e silenziosa ordinarietà che, ancora una volta, è rimasta sepolta sotto le macerie.